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Contraddizioni, parliamone…

[pubblichiamo le riflessioni di una compagna]

La lotta sindacale dei lavoratori dell’accoglienza comprende molte contraddizioni ideologiche.  Come viene tenuto insieme il discorso oppresso/oppressore? Istituzione/migrante. Istituzione/operatore. Migrante/operatore.

Se ci pensate la situazione è paradossale: inizia la deportazione vera, e licenziano i lavoratori dell’accoglienza, che di punto in bianco, venendo meno l’istituzione che li necessitava, si trovano senza lavoro.

Loro senza lavoro e i migranti per strada o deportati.

Il processo/conflitto su che piani si gioca? Le energie dove verranno investite? Che alleanze verranno messe in campo, con quali pratiche e obbiettivi?

Da libertari è chiaro che l’operatore dovrebbe unirsi alla lotta del soggetto debole contro l’istituzione che ha riprodotto esclusione e negazione.  Ma il lavoratore e l’istituzione vivono un conflitto di interesse! E se il lavoratore e il migrante non riescono a costruire qualcosa di nuovo, profondamente solidale e alternativo, non si andrà molto avanti. 

Capite che osservare questo discorso e come si svilupperà può essere molto importante. 

Ma “i migranti” non sono un “collettivo”, c’è una moltitudine di bisogni ed esigenze particolari,  associazioni, comunità e sensibilità diverse… Eppure una coscienza “migrante” si sta sviluppando.

E una coscienza del terzo settore?

La stiamo aspettando.

Queste due coscienze sfruttate dove si  orienteranno? Che rapporti di potere vorranno esercitare e quali pratiche di solidarietà? 

Quando parlo di questo mi sento coinvolta trovandomi a lavorare anche io nella contraddizione.

Mi interrogo quotidianamente sull’etica del mio “operare” e spesso la confronto a quello che sta accadendo nell'”accoglienza”.

Potrei oppormi di più al paradigma medico/psichiatrico, ma da sola??

Non c’è molta differenza tra un operatore della salute mentale e un’operatore dell’accoglienza: entrambi cercano di salvare il salvabile. Di ridurre il danno.

Mi allargo anche agli operatori della scuola.

Per questo sarà importante seguire come si svilupperà questa protesta, che coscienze e che pratiche produrrà.

D’altronde alla moltitudine di bisogni ed emergenze senza un’alternativa chi risponde?

Ma se un’alternativa non la costruiamo, non andremo molto avanti. Se non mettiamo in discussione le contraddizioni che ci attraversano non produrremo mai qualcosa di nuovo.

Gli “operatori dell’accoglienza” che ho avuto modo di conoscere hanno stretto belle relazioni con i ragazzi che hanno “seguito”, si sono spesi e si spendono per accompagnare i migranti in pratiche impossibili da gestire senza una “guida”, un riferimento, sono in contatto con associazioni, comunità diasporiche ecc. Si spendono, proprio come me.

Eppure viene da chiedersi: se avessero contestato l’istituzione prima?

Abbiamo bisogno di coscienze, di coscienze che abbiano davvero voglia di mettersi in discussione e di mettere in discussione i paradigmi dominanti. 

Il collo dell’imbuto si stringe sempre più, non possiamo continuare a raccontarcela. 

Seguire il processo che sta avvenendo nell’accoglienza dovrebbe far riflettere anche noi “operatori” della salute mentale, della scuola ecc.

Perché l’istituzione è da un po’ che ha cominciato a liberarsi anche di “noi”. 

Siamo noi che ancora non ci siamo liberat* di lei. 

Saluti libertari,

sperando in un nuovo movimento anti-istituzionale