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Orrori istituzionali in pillole, quello che nessuno dice

Una compagna che lavora a scuola come insegnante di sostegno racconta come il ragazzino da lei seguito sia prima di tutto escluso dagli stessi “operatori” e “insegnanti” dell’istituzione (e naturalmente dall’istituzione stessa), prima che dai compagni. Un ragazzino che ha perso parte dell’anno scolastico a causa di una grave malattia, che lo ha visto rimanere indietro sul “programma” perchè impegnato in una battaglia un’attimino più importante del “rendimento scolastico”. Ora vogliono bocciarlo, perchè non è in pari con gli altr*, oppure certificarlo, per fargli prendere un diploma che lo segnerà per sempre come “svantaggiato”. Una scuola che non ti aspetta, che non ha nessun legame con la vita e con la storia delle persone che la attraversano. Rendimento scolastico. Stop. Il resto può rimanere relegato alla sfera del privato. Poco importa se questo ragazzo piange tutti i giorni, poco importa se questo sta compromettendo la sua identità, la sua autostima, il suo futuro, l’immagine di sè e l’immagine che i compagni hanno di lui. Una scuola che non lo porterà in gita perchè come si fa, rallenta tutti. Bell’insegnamento. Complimenti. Quella che poteva essere un’occasione di crescita per tutt*, quella che poteva essere un’opportunità per veicolare valori di solidarietà, cura, cooperazione, ascolto, è diventata un’arma da scagliare sull’ultimo, una scuola che non ti aspetta, di franco stampo capitalista, una scuola che discrimina ed esclude: se non stai al passo, se non “rendi” secondo i canoni prestabiliti, sei fuori. E’ questo che “insegnamo”.

Un’altra compagna insegnante di italiano ci racconta di quando si trovò a lavorare in uno dei tanti centri di accoglienza per minori sparsi per l’Italia. Assunta come insegnante naturalmente si trovò a fare tutt’altro in un’istituzione assolutamente malata, senza nessun tipo di pensiero, senza nessun reale significato, un'”accoglienza” che smista le persone come oggetti in un sistema nazista che le spersonalizza della loro storia, della loro biografia, della volontà, dell’autodeterminazione, e da cui presto la giovane scappò. Ci racconta di quando venne portato nella campagna un ragazzino prelevato da altra città. Un ragazzino che stava già facendo un percorso in una regione del Nord, che frequentava scuola, e che, con tutte le difficoltà del caso, si stava inserendo ormai da qualche anno in un contesto che tutto sommato aveva accettato e seguiva. Cavillo burocratico. Preso e deportato. Smistato in altra regione, lontano da legami e affetti appena costruiti, in un casolare sperso tra le campagne,  tra adulti sconosciuti, in un punto del globo ignoto, non richiesto, non desiderato. Ebbe forti crisi non appena arrivato, ha rischiato dei Tso per gli attacchi di panico che lo videro coinvolto. Sedato in ospedale venne riportato in struttura. Ebbe altre crisi, lasciate gestire ad operatori in buona fede ma assolutamente impreparati, in assenza del “coordinatore” che se si fece di nebbia. La compagna, lasciata sola e assumendosi un rischio del tutto personale, riuscì a gestire la situazione senza coinvolgere le autorità mediche e le “forze dell’ordine”: per la relazione che aveva stretto con gli altri migranti ospiti venne aiutata, questi si impegnarono a trovare parole e modalità per placare la crisi psicomotorie e gli attacchi di panico del piccolo. Denunciò la bruttura a colleghi e  coordinatore e scappò, carica dell’orrore, dello schifo, dell’ingiustizia. Che ne sarà oggi di quel quattordicenne?

Riusciamo solo a immaginare l’angoscia di un ragazzino, che già lontano dalla sua terra, vede spezzato il suo percorso? Che ne rimane di te quando viene negata la tua storia?

Una giovane vita. Senza diritti, senza legittimazione. Lavoratori buttati a caso in piccoli “lager” dove l’oggettivazione delle persone  segue la loro, giovani precari abbandonati a se stessi, vittime di un’istituzione criminale da cui speriamo tutt* di liberarci presto.