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La banalità del male

[Testimonianza di una compagna educatrice in una residenza]

Ho un collega di cui vorrei parlare. Lo chiameremo in questo scritto Mister M. Grande e grosso, un po’ burbero ma sempre disponibile: se può fare una cosa in più la fa, se può aiutarti ti aiuta, se si può accollare una cosa se l’accolla. Un uomo molto ligio al dovere, tanto che il suo contesto, lui, non lo ha mai messo in discussione.

Stacanovista sfegatato, rispettoso dell’autorità, per Mister M. l’etica del lavoro si riassume in questo mood: ditemi quello che devo fare e io lo faccio. Peccato ahimè che non siamo in fabbrica ma gestiamo (perché così di fatto è) la vita di persone che, volenti o nolenti, dipendono da noi per fare ciò che vogliono fare, per vivere la loro vita (lavoro in una residenza che ospita persone con disagio “psichico” e disabilità). Mister M. non si esprime mai, nel senso che quando siamo in riunione, si adegua sempre alle scelte del gruppo. Lui non ha mai istanze da difendere o perorare. Fa questo lavoro meccanicamente. Quando ho iniziato a lavorare qui Mister M. con la sua disponibilità mi ha messa senz’altro a mio agio, almeno non mi metteva i bastoni tra le ruote come gli altri! Mister M. preferiva accollarsi le cose più meccaniche mentre a me lasciava tutto quello che implicava relazione. Questa relazione però non aveva molto spazio per giocarsi stretta com’era tra regole ed ansie di ogni sorta: la nostra coordinatrice infatti aveva sempre gestito l’appartamento come una burocrate, senza passione e senza responsabilità. Mille carte da firmare, grandi pulizie quotidiane, routine standardizzate, tabelle inutili da compilare. Impossibile progettare ma anche improvvisare, immaginare storie, invitati, uscite, gite, feste, vita. Mille timori su tutto, paranoie di ogni sorta. Rigidità. La sua etica del lavoro si poteva riassumere così: meno fate cose, meno ne volete fare, così non succede niente, e io sto tranquilla. L’importante per lei era che non succedesse nulla, e non avere la responsabilità diretta di iniziative particolari “potenzialmente a rischio”. Qualsiasi idea era scoraggiata con ostacoli inesistenti e con mille paranoie che già ti ponevano, solo ad ascoltarle, in ansia e sotto stress. Lei questi “ragazzi” li voleva stereotipati, morti e sepolti in casa, senza significato e senza vita.
Oggi questa coordinatrice non c’è più e noi finalmente respiriamo. Io e i “ragazzi”:)
Non c’è più perché l’abbiamo fatta destituire.

Da quando ho avuto l’indeterminato ho iniziato a rivendicare libertà di movimento, scelta, espressione, per me e per loro.

Qui all’apparenza nessuno esercitava violenza sui “ragazzi” (ho visto e subito cose che voi umani non potete immaginare), ma non era violenza quella che aveva espropriato le loro vite di storia? Di vita? Luogo pulito, ben organizzato, falsamente patinato, ma la vita? Dove? La persona? Il “ragazzo” è l’ultima ruota del carro in questi luoghi, e anche qui, dietro ad un’apparente dignità, si nascondeva il vuoto.

Ho combattuto per l’utilizzo di internet, per permettere a M. di ascoltare le sue canzoni anni novanta. Ci è voluto più di un anno per convincere istituzioni e coordinatrice. Ho portato un portatile che avevo a casa. Oggi M. non chiede più ossessivamente  di acquistare cd che regolarmente ottenuti, buttava. Quanti soldi gli hanno fatto spendere per non ascoltare la sua richiesta. Quella che Loro ritenevano una stupidità ossessiva, un vuoto a perdere, era la speranza che M. aveva di ritrovare quella musica disco pesa che rappresentava la sua adolescenza, l’unico periodo libero della sua vita. Dicevano: ma a lui non interessa la musica, lui vuole i cd. Eppure M. li buttava tutti, da una delusione all’altra. Li regalava non appena tornato a casa. Non lo so, è così stupido quello che ho fatto, siamo nel 2019, eppure… Oggi M. è felice di ascoltare la sua musica, non butta più via i suoi soldi e non chiede più di comprare ossessivamente cd inutili, ma c’è ancora molto da rivendicare…

Così Y. l’unico che aveva il pc (ma senza internet ovviamente). Passava il suo tempo a filtrare musica da cd a chiavette, a pc, di qua e di là, senza scopo. Di tanto in tanto scattava foto ad albe e tramonti col telefonino del paleolitico che mostrava compiaciuto, una vena “artistica” singolare per l’immagine che circolava della sua persona, anche lì, un vuoto a perdere. Siccome Y. ha disponibilità economica ho insisto per fargli comprare una bella macchina fotografica. Oggi Y. è il fotografo del gruppo, la nostra memoria, e lui che è sempre stato solitario, che dal gruppo si è sempre tenuto fuori, oggi tramite la macchina riesce a essere anche dentro in modo significativo, rivendicando con entusiasmo questo ruolo.

Bastava volergli un po’ bene. Bastava un po’ d’amore.

Per tornare a vedere i suoi luoghi e costringere l’istituzione ad ascoltarlo Y. si è dovuto inventare dei “comportamenti problema”, come tutti; coltivare ad esempio una “fissazione” sui morti, perché l’istituzione al cimitero lo porta (al cimitero infatti non si può dire no, i morti non ci mettono in pericolo), ma a bere un caffè in piazza al suo paese per il piacere di farlo anche no, nel senso, si vedrà, decidiamo noi. Nessuna certezza di essere accontentato. Che se poi incontra persone? Che se poi vuole tornarci? I morti si, i vivi no.

Ora che le cose iniziano a cambiare. Y. ha avuto la possibilità di vedere il suo paese senza la necessità di menzionare morti e cimiteri, ma a quanto pare sono solo io a raccogliere queste considerazioni.

Non mi sento un’eroe, quello che sto provando a fare è così normale, così di buon senso.

Ho istituito una riunione dove i”ragazzi” potessero esprimere i loro desideri, cosa comprare, dove andare. Ma con che fatica!! I colleghi non l’hanno presa subito benissimo. Ho tenuto botta. Non ne potevo più di avere addosso solo io tutti i desideri dei ragazzi, chiedevano tutto a me e io non avevo il potere di realizzarli. Volevo legittimarli, e piano, piano, con la complicità loro, tra mille resistenze, la riunione è passata. Il problema era che anche i “ragazzi” non erano abituati. Così ho dovuto appellarmi ad un aperitivo strategico post riunione. Per i farmaci che prendono molti di loro hanno infatti sempre fame. “Loro vengono lì perché vogliono solo mangiare”. Chiaro, all’inizio è andata così, il contenitore era vuoto, decidevano comunque gli operatori e l’isituzione, nessuno di loro esprimeva davvero ciò che desiderava. Ho dovuto tenere duro. Ci siamo dovuti affinare. Oggi che mi espongo sempre più, che si sono drasticamente ridotti gli ostacoli, che il clima è cambiato (senza la vecchia coordinatrice) “i ragazzi” chiedono molto di più, e naturalmente sono più felici. Hanno visto che quello che si decide in riunione si fa  (e non dopo un anno!!) e pensano in modo diverso ad una vita possibile. Oggi non pensano solo alla merenda, oggi vengono in riunione anche perché hanno visto che possono decidere, esprimere e dichiarare qualcosa di legittimo che verrà ascoltato.

Anche S. veniva considerata un vuoto a perdere. Personalità “autistica”. Abbandonata a se stessa e al suo silenzio. Senza speranza. Ma anche S. non è un vuoto a perdere, il suo mondo interiore si esprime in disegni pieni di colori, fiori e foglie. Non bastava un po’ di amore per accorgersene? Le ho fatto comprare fogli, colori, cornici, stiamo abitando la sala tv, togliendo quei quadri tristi per sostituirli col suo mondo di colori. Pur molto silenziosa e schematica, S., contro ogni aspettativa, ha accettato la proposta e cambiato le sue abitudini, al pomeriggio adesso puoi trovarla disegnare, occuparsi delle sue cose. Le ho dato dei cassetti, degli strumenti, fogli, pastelli a olio, cera, pennarelli, matite. Ora il mondo di S. è anche fuori. Ha ricevuto molti complimenti dai compagni per i suoi lavori, appare sorridente, più distesa e gratificata. Il suo tempo è più significativo di prima. Ma anche qui quante possibilità ancora da esplorare.

Ho tenuto botta. Sostenuto molto stress. Perché anche i colleghi, a parte Mister M. mica  facili. Bisogna avere la scorza molto dura, da una parte i “ragazzi” con i loro bisogni, dall’altra l’istituzione, con i suoi tirapiedi.

Ho tenuto botta. Sostenuto conflitti alti. Dapprima ho provato ingenuamente, cercando di portare i “colleghi” dalla mia parte, ma che dire… loro non erano dalla mia parte. Rivendicavano cose, certo, ma non erano dalla mia parte. Ho stretto alleanze strategiche con chi pur non essendo proprio della mia, quanto meno spingeva perché potessero avere più opportunità.

E così nel giro di un anno e mezzo di lotte, la coordinatrice burocrate è stata destituita, e quella nuova, grazie a dio, è decisamente migliore.

Quest’anno riusciremo a fare molte più cose, ad avere più opportunità di vita, di storia, di senso.

Vorrei ora tornare a Mister M. 

Mister M., da sempre ligio al dovere, non ha accettato di buon grado che la vecchia coordinatrice sia stata destituita. Tutto il suo essere accomodante, da quando ho iniziato a rivendicare dignità reale, è andato a farsi friggere. Non accetta le mie analisi, non accetta che i “ragazzi” vengano considerati persone. Non vuole mettere in discussione nemmeno un briciolo di quanto fatto finora, non per delle idee precise che ha delle cose, ma per delle idee che Mister M. NON ha sulle cose. Ancora sottomesso alla precedente autorità e al precedente assetto, avendo sempre delegato tutte le scelte agli altri, per comodità, incapacità di sostenere conflitti e per adeguamento passivo, Mister M. oggi fatica ad integrare istanze di cambiamento col vecchio modello. E così proprio lui, il collega più accomodante che avevo, oggi è il mio peggior nemico. Quello che ieri, nella tristezza di regole senza senso, tutto sommato mi lasciava spazio per respirare, oggi, che possibilità di respirare ce n’è di più, rende i turni una tristezza, non mi parla più come prima e tende ad essere scontroso coi “ragazzi”. Secondo lui io non so niente di quello che dico e non lo posso sapere, le mie sono congetture; si difende dicendo che lui non ha “le competenze” per valutare queste cose, e si innervosisce molto quando gli rispondo che non servono particolari competenze per essere umani. Di fatto Mister M. vive il conflitto interiore di non avere una posizione su nulla e non tollera niente di quello che faccio perché lo mette all’angolo, perché demolisce tutto quello che aveva accettato fino a quel momento senza coscienza. Paradossalmente è finita che lavoro meglio con altri “colleghi” con cui mi sono sempre scontrata, con cui ho dovuto combattere, con cui ho fatto più fatica, quanto meno abbiamo costruito un processo insieme, qualche movimento c’è stato, li ho costretti a comprendere e accettare alcune cose, a riconoscere alcune considerazioni, ma con Mister M. niente, nessuna consapevolezza, nessun processo, nessuno scontro, semplicemente la sua cortesia è sparita.

Riconoscete la banalità del male?